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L’aggressività degli internauti

L’aggressività degli internauti

Internet. E’ difficile pensare ad un’altra parola che sia riuscita ad assumere un tale valore semantico in un lasso di tempo così ristretto. Dio, morte, anima, sono vocaboli talmente pregni di significato da meritare libri interi per la loro trattazione, poiché la storia di cui sono depositari è antica quanto l’uomo e hanno espresso il pensiero di intere civiltà. Nonostante Internet sia un nome piuttosto giovane, nato soltanto nel 1980, non esiste persona che non sappia di cosa si tratti e che non lo carichi col suo vissuto personale.

Una volta si chiedeva a Dio, oggi si chiede ad Internet. Ci si aspetta molto da lui. Ci si aspetta di trovare le risposte ad ogni domanda, ci si aspetta di trovare lavoro, di messaggiare con gli amici, condividere post, foto, ricordi. Facendo un passettino ulteriore, ci si aspetta di entrare a far parte di un mondo tanto invisibile quanto reale, dove ognuno si sente un po’ più libero di essere e di agire. Ci si aspetta di poter evadere dalla routine, di sfogare lo stress con sconosciuti grandi come un monitor e freddi come lo schermo di uno smartphone. Tanto, qualsiasi cosa accada, si pensa che tutto rimanga relegato ai confini di quel mondo invisibile che vive di vita propria e si regola secondo leggi differenti da quelle della realtà. Ma cosa succederebbe nel caso in cui le nostre aspettative venissero disattese? Se un giorno quel mondo venisse avvelenato da qualcuno che vuole colpirci? Ecco che Internet diventerebbe il nostro incubo, un incubo che purtroppo travalicherebbe quei confini e invaderebbe la nostra vita reale per corromperla fino alle fondamenta.
In realtà il Web e in particolar modo i Social Network funzionano secondo leggi specifiche sconosciute ai più che tuttavia finiscono per influenzare in misura importante il comportamento degli utenti, sia a livello individuale che di gruppo. Come vedremo in seguito, ciò può sfociare spesso e volentieri nella manifestazione di comportamenti poco etici e addirittura crudeli.
Questo fatto, però, non deve portarci ad individuare in Internet il male; esso infatti non è il promotore della cyber-violenza, bensì lo strumento tecnologicamente più evoluto e vicino a noi da poter utilizzare anche, purtroppo, per questo tipo di fine. Internet amplifica e velocizza l’informazione; a manipolarla, però, sono i suoi utenti.

Per analizzare insieme alcune delle leggi che regolano l’agire del popolo di Internet, abbiamo chiesto l’aiuto di Luca Libanora, psicoterapeuta ed esperto di marketing e comunicazione, in particolare quella declinata nell’ambito web.
Per facilitare la comprensione dell’argomento, suggerisce Libanora, è proficuo partire dal concetto di social loafing, il quale, contestualizzato nell’ambito Web, descrive il fenomeno secondo cui l’utente è portato a percepire in maniera minore la responsabilità nelle sue azioni perché apparentemente essa viene assorbita da quella generica del gruppo di appartenenza. Le persone si sentono ‘una goccia nel mare’ e avvertono che la loro responsabilità si diffonde sul gruppo e sulla sub-cultura a cui esso afferisce. Ciò amplifica la percezione di anonimato e, attraverso passaggi intrapsichici complessi, modifica le relazioni sociali fino ad abbattere la barriera empatica con l’altro. Anonimato, de-responsabilizzazione, de-individuazione e abbassamento della soglia empatica conducono inevitabilmente allo scioglimento dei meccanismi censori e di inibizione atti normalmente a limitare i comportamenti di crudeltà rivolti verso il prossimo. Partendo da atti di mimetismo come il lurking (ovvero l’utente presente all’interno di una comunità virtuale che monitora l’attività dei suoi membri senza però partecipare), la persona è portata a credere di poter uscire dal suo nascondiglio e sferrare attacchi senza doversi riconoscere come autore dell’atto.
La perdita di autocontrollo e consapevolezza si situa alla base di tutte le manifestazioni di aggressività, violenza, crudeltà e disibinizione sul Web e fuori da esso.

Norbert Elias, sociologo tedesco, ha teorizzato che i fenomeni di aggressività fisica e verbale verrebbero incentivati dalla crescente inibizione negli ambiti in cui gli individui possono normalmente dare sfogo alle loro pulsioni, con la conseguenza di dover trovare forme alternative, mimetiche e routinizzate informali per essere detensionate.

“Da una parte, pertanto, aumentano stimoli stressogeni (nell’ambito lavorativo, familiare ma anche nella relazione che ogni individuo stabilisce con la sua immagine intima e sociale), dall’altro vengono compresse le opportunità di assecondare i meccanismi biologici che conducono alla disattivazione delle pulsioni.”, continua Libanora.

Un altro elemento da tenere presente è l’effetto imitazione, più noto come effetto Werther in ambito suicidario. Esso prende il nome dal romanzo di Wolfgang Goethe “I dolori del giovane Werther”, dove il protagonista si suicida perché non ricambiato sentimentalmente. Ebbene, all’epoca della sua pubblicazione di ebbe un’ondata di suicidi di giovani adolescenti che si erano identificati con lui. Se qualcuno, quindi, compie un atto di qualsiasi tipo, è possibile che delle persone accomunate a lui dal medesimo sistema valoriale, decidano di compiere lo stesso atto. Quindi, la maggior disponibilità di notizie di questo tipo, l’abbondanza di opinion leader informali e non controllabili con modalità riconosciute, unite a quanto detto sopra, possono creare terreno fertile per atti di lesionismo o crudeltà verso terzi.
L’aggressività può assumere varie forme e la Rete si presta ad essere un ottimo strumento per sfogarla. I Social Network, per esempio, tendono a far confluire gli utenti in gruppi di aggregazione spontanea non completamente parallele a quelle della realtà. In questi gruppi le persone alterano la rappresentazione sociale da fornire agli altri internauti. Tali rappresentazioni identitarie, tuttavia, risultano stereotipate e
banalizzate, portando a fenomeni di polarizzazione che producono a loro volta scontri d’opinione tra ingroup e outgroup. Nonostante questi atteggiamenti violenti rimangano circoscritti al Web, non devono comunque essere sottovalutati, in quanto accade sempre più spesso che gli internauti credano di poter agire nella realtà come farebbero nel Web.
Si stima che tra qualche decina di anni la dimensione virtuale, artefatta e liquida (per prendere in prestito il concetto del sociologo Bauman) sovvertirà quella reale. I segnali si intravedono già nei nativi digitali, che privilegiano i rapporti amicali dei social rispetto a quelli che si hanno ‘alla vecchia maniera’. Secondo studiosi del settore, Crepet o Andreoli per citare i più noti, tutto questo porta le generazioni moderne a confondere le regole virtuali con quelle reali e viceversa. Una nota ricerca condotta in Inghilterra ha dimostrato come gli adolescenti facciano fatica a comprendere a livello esperienziale il significato di vita e morte e che, alle volte, percepiscano di poter transitare tranquillamente da una categoria all’altra come farebbero in un videogame.
Luca Libanora, comunque, non sembra preoccupato dall’evoluzione che sta avendo il rapporto umano con Internet. E infatti aggiunge:

“Questa visione fornisce connotati apocalittici che non sono tuttavia esclusivamente distruttivi, se si rinuncia a comprenderli con l’occhio di chi li considera un prodotto indesiderato dell’evoluzione tecnologica. Non si possono modificare fenomeni sociali che sono propri della
natura umana, ma possono essere assecondati nelle loro forme, ad esempio dando concretezza alle identità virtuali o rendendo meno rigide le modalità di identificazione nei gruppi.”

Che dire quindi? Stiamo cavalcando l’onda del cambiamento e su di noi verranno scritti fiumi di inchiostro. Nel frattempo, però, ci sentiamo di consigliare agli amici lettori di non sottovalutare l’idea di prendere un gelato in centro (senza selfie col cono gelato), piuttosto che giocare a Pet Society su facebook e sentirsi appagati dal fatto di aver lavato i pixel del nostro animaletto 🙂 😀 :*

 

Articolo uscito sul mensile UCT, Uomo Città Territorio

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